Perché l'Intelligenza Artificiale è più "umana" di quanto credessimo

Segui qui la traduzione del Talk di Gianluca Mauro!

Oggi voglio lanciarvi una sfida: voglio che proviate a cambiare il vostro modo di vedere l’Intelligenza Artificiale. L’IA è dappertutto: quando scrolliamo i social, gli algoritmi di IA scelgono i contenuti che ci verranno proposti. Alcune banche la utilizzano per decidere se concederci un prestito o meno. Vi sono persino alcune aziende che lasciano che sia l’IA a decidere chi assumere.

Sebbene l’IA stia prendendo sempre più piede nelle nostre vite, solo un ristretto gruppo di persone è in grado di comprenderne il funzionamento, e ancor meno sono coloro in grado di impiegarla a proprio vantaggio. Per la maggior parte delle persone l’IA è qualcosa da temere o che gli è indifferente.

Se fate parte di quest’ultimo gruppo, allora voglio provare a farvi cambiare idea.

Tra dieci minuti a partire da adesso non solo l’avrete compresa meglio, ma vi renderete anche conto che l’IA è semplicemente uno strumento in mano a degli esseri umani… E poiché immagino che tutti voi che siete qui siate degli esseri umani, ciò vuol dire che siete in grado di usarla anche voi. Se ci riuscirò, vi avrò ispirati ad avvicinarvi ad una delle più potenti tecnologie mai esistite.

Dunque… siete pronti?

Inizio col raccontarvi come ho deciso di cominciare a lavorare con l’Intelligenza Artificiale. Vedete, non avrei dovuto essere qui a parlarvi di IA. Ho studiato ingegneria energetica a Roma, che è incentrata su come costruire motori, pannelli solari, questo genere di cose. Cose con cui l’IA non ha niente a che vedere. Poi, un giorno, ricevetti una e-mail che mi cambiò la vita.

Ero stato scelto per andare a studiare e lavorare nella Silicon Valley, assimilare tutto quello che potevo e poi tornare in Italia, dove avrei utilizzato ciò che avevo imparato.

Lavorare nella Silicon Valley è, per un amante della tecnologia e dell’innovazione come me, come giocare nella Champions League per un appassionato di calcio. Tutti grandi nomi della tecnologia sono passati di lì, da Steve Jobs a Bill Gates, per finire con Elon Musk e Mark Zuckerberg, tutti concentrati in una piccola striscia di terra con meno abitanti della mia città natale.

Durante uno dei miei primi giorni nella Silicon Valley noleggiai un’auto per andare a visitare San Francisco. La mia attenzione venne attirata da un enorme cartellone pubblicitario in autostrada.

Recitava “nome dell’azienda – Intelligenza Artificiale e Machine Learning”. Così pensai: “Un momento… Sulle autostrade italiane solitamente vediamo cartelloni che pubblicizzano pasta, abbigliamento, ma sicuramente non l’IA. Come mai? O qui sono pazzi, oppure mi è sfuggito qualcosa.”

Iniziai quindi ad indagare. Un momento per me decisivo fu quando incontrai Peter Norvig, uno dei pionieri dell’IA.

Peter ci raccontava di come gli informatici stavano provando ad insegnare ai computer a tradurre da una lingua all’altra.

Ed ecco cosa mi raccontò:

Immaginate di dover sviluppare un software che traduca automaticamente l’inglese in italiano.

Prima dell’avvento dell’AI avreste dovuto spiegare alla macchina tutte le diverse sfumature della grammatica inglese ed italiana, e non è affatto facile. Gli informatici ci hanno provato per decenni, con scarsissimi risultati.

Perché è un po’ come imparare una lingua da un dizionario e da un libro di grammatica, senza mai ascoltare qualcuno che la parli.

Poi però Peter mi raccontò di come l’IA aveva cambiato tutto. Ed ecco come funziona con l’IA: anziché spiegare ai nostri computer la grammatica italiana ed inglese, con l’IA è sufficiente raccogliere un campione di libri in inglese, la loro traduzione in italiano, immetterli in un computer e dire alla macchina: “Guarda questi esempi e impara da solo a tradurre dall’inglese all’ italiano”. Sarà il computer stesso a capire da sé come portare a termine il compito.

È questa l’idea di fondo che sta dietro il Machine Learning, motore della moderna rivoluzione dell’IA: anziché essere noi a dover spiegare ai computer come risolvere i problemi, lo apprendono da sé, attraverso degli esempi.

Il bello è che non solo ha funzionato, ma una volta che gli informatici hanno capito come implementare nei computer il dono dell’apprendimento, ci si è resi conto che lo stesso approccio poteva essere utilizzato per risolvere moltissimi altri problemi.

Volete insegnare ad un computer come guidare un’automobile? Basta girare dei video di persone che guidano e mostrarglieli. Volete insegnare ad un computer come diagnosticare una malattia? Mostrategli degli esempi di radiografie di persone sane e malate, e lasciate che individui le differenze.

Il primo motivo che mi ha portato ad amare l’IA è che chiunque è in grado di comprenderne i principi basilari, perché ricalcano il nostro modo di apprendere.

Non so voi, ma mia madre non mi ha insegnato a parlare italiano mettendomi in mano un libro di grammatica a due anni; semplicemente mi parlava, ed io ho l’ho appreso in questo modo!

Ma se è così semplice, perché non ci avevamo pensato prima? Perché l’IA è uno dei settori più in fermento al giorno d’oggi mentre 10 anni fa se ne ignorava completamente l’esistenza?

La ragione è che ci troviamo nel momento storico perfetto per sviluppare l’IA.

Gli ingredienti necessari per la riuscita di quella magia che è l’IA sono due. Il primo sono esempi da mostrare a un computer, ed “esempi” sta per dati.

Da quando ho iniziato il mio talk, circa 5 minuti fa, sono state caricate 2000 ore di video su YouTube, 200 milioni di messaggi sono stati inviati con WhatsApp e sono state condivise più di un milione e mezzo di storie su Instagram. Si tratta di una montagna di dati, davanti alla quale qualsiasi essere umano si sentirebbe sopraffatto, ma che rappresenta una potenziale miniera d’oro per gli algoritmi di AI, che possono utilizzarla per apprendere e per comprendere il mondo.

Il secondo ingrediente di cui non disponevamo per poter utilizzare l’IA era la potenza di calcolo. Affinché un computer possa apprendere a partire da tutti questi dati, è necessario che sia potente.

Vent’anni fa, il computer più potente del mondo era di proprietà del governo statunitense. Era utilizzato per simulare l’ambiente interno delle centrali nucleari, costava 46 milioni di dollari, occupava un’area di 150mq e aveva una potenza di calcolo di 1.3 teraflops (il teraflop è semplicemente l’unità di misura della velocità di calcolo, ed equivale a miliardi di operazioni al secondo).

Questa che vedete qui è una GPU (Unità di Elaborazione Grafica). È una sorta di chip ed è particolarmente adatta per addestrare alcuni algoritmi di IA.

Potete acquistare uno dei modelli migliori per 2000€, e con essa avrete a disposizione 130 teraflops di potenza di calcolo, una potenza di calcolo che è 100 volte maggiore di quella del computer più potente che esisteva 20 anni fa. Pensateci per un attimo: in questo momento ho nelle mie mani una potenza di calcolo 100 volte superiore a quella di cui poteva disporre il governo statunitense vent’anni fa, al prezzo di una moto usata.

Giungiamo quindi al secondo motivo che mi ha portato ad amare l’IA: è democratica. Gli strumenti e le risorse necessarie per potervi cimentare con essa non sono solo appannaggio delle società hi-tech che hanno a disposizione budget di svariati miliardi di dollari. Chiunque di voi, nel vero senso della parola, potrebbe, una volta tornato a casa, sviluppare potenti applicazioni con un normalissimo computer e poco altro.

Ed è quello che ho fatto io! Una volta tornato in Italia dalla Silicon Valley, mi buttai a capofitto nel mondo dei corsi online sull’IA, e morivo dalla voglia di applicare tutte le conoscenze che stavo acquisendo. C’era però un piccolo problema: non avevo un lavoro, e quindi non avevo neanche un progetto vero e proprio commissionato da una vera a propria azienda a cui poter lavorare.

Ero così elettrizzato che anziché aspettare che un’azienda mi assumesse, decisi di ideare dei miei progetti.

Sapevo di un’azienda che aveva impiegato l’IA per analizzare i dati sul consumo energetico di milioni di americani con l’obiettivo di aiutarli a ridurlo, e che era stata rilevata per 500 milioni di dollari.

La mia esperienza con l’IA era ancora piuttosto limitata, ma dopotutto ero un ingegnere energetico, ricordate? Ero quindi in grado di comprendere molto bene il contesto di quell’azienda. Reperii dei dati gratuiti sul consumo energetico dalla rete e provai a riprodurre le loro tecnologie con i pochi algoritmi di IA che conoscevo all’epoca.

Raccontai il mio esperimento in un articolo intitolato “Ho fatto reverse-engineering di un’azienda di Intelligenza Artificiale da 500M$, in una settimana. Ecco la storia completa”, lo pubblicai sul mio blog e andai a dormire.

Quando mi svegliai, ritrovai il telefono completamente inondato di notifiche. L’articolo era diventato virale negli Stati Uniti, aveva totalizzato 100.000 visualizzazioni, a decine mi avevano scritto via e-mail per ringraziarmi per l’ispirazione, alcuni volevano incontrarmi, altri mi proponevano offerte di lavoro. Scoprì che persino Jack Dorsey, il fondatore di Twitter, aveva letto il mio articolo!

Una di queste mail veniva da Alex, responsabile di Data Science per una start-up della Silicon Valley. Anche Alex stava cercando di impiegare l’IA nel settore dell’industria energetica. Feci due chiacchiere con Alex e mi offrì un lavoro.

Ricordo di aver provato un minimo di sindrome dell’impostore ad ottenere il mio primo lavoro nella Silicon Valley, la Champions League dell’innovazione, con così poca esperienza alle spalle. Parlai delle mie paure con Alex. Ciò che successe dopo è che Alex mi diede uno degli insegnamenti più importanti della mia carriera.

Mi disse che non gli importava quanto fossi bravo ad utilizzare l’IA. Quello che contava per lui era la mia creatività e il mio desiderio incontenibile di risolvere i difficili problemi a cui tenevamo entrambi. L’IA non è altro che uno strumento, in attesa di essere utilizzato da qualcuno con delle buone idee.

Da allora ho dedicato il mio lavoro alla diffusione di questo messaggio, affinché arrivi a quante più persone possibili.

Al mondo ci sono moltissime persone con buone idee, ma quanti di loro sanno sfruttare l’IA per tradurle in realtà?

Molti si sentono estraniati dalla tecnologia, perché credono di non essere in grado di comprenderla o perché non conoscono complicate operazioni matematiche o non sono in grado di programmare. Sono così concentrati sull’aspetto tecnologico che dimenticano il potere della loro creatività e delle loro idee.

In fin dei conti, l’IA non è altro che uno strumento. Il che non la rende poi così diversa da… un martello, ad esempio. Un martello da solo è inutile, ma nelle mani di un carpentiere, può essere utilizzato per costruire una casa. In mano ad un artista, può essere usato per scolpire una statua bellissima e suggestiva a partire da un freddo blocco di marmo.

Ognuno di voi ha qualcosa a cui tiene, di cui gli importa. Potreste essere interessati alla medicina, potreste avere a cuore il cambiamento climatico o la giustizia sociale, la tutela degli animali, qualsiasi cosa: voglio che pensiate all’IA come ad uno strumento che potete impiegare per affrontare le sfide a cui tenete.

Non è l’IA che sta cambiando le nostre vite. Sono le persone che la utilizzano che stanno cambiando le nostre vite, e voi potreste essere tra loro.

Quindi, se l’IA è uno strumento che anche voi avete a disposizione, sorge spontanea la domanda: come lo utilizzerete?